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Nota su Poesie Soffocate di Letizia Lanza
di Lucia Visconti Cicchino
Scheda biobibliografica

Il privilegio di ricevere come regalo dalla stessa autrice Poesie soffocate – cara amica che ringrazio affettuosamente – non può lasciare un’eco semplicemente inter nos.
Trovo qui l’essenza sua: la sua carne (fisicità e spiritualità) fatta verbum: espressione per eccellenza dell’umanità che da sempre la cattura e la spinge al dono.
Letizia, donna intessuta di cultura classica, nota esperta di filologia, si esprime con “parola alta”. Non si tratta di ricercata erudizione: i termini delle brevi liriche pregni di significato richiamano greco e latino. Lei non può esprimersi in altro modo, pena boicottare se stessa.
Per questo ci troviamo a leggere qua e là versi totalmente nuovi:
«inaridío nihilo di rigagnolo»; «scintillío pulchro»; «lontananza evanida / di servitù sfiorita». 
Musicalissimi, si imprimono nella memoria.
Ti chiedo, Letizia: Poesie soffocate, da cosa? Dal dolore che stringe la gola e lascia solo «sillabazioni stente», «balbettii poetici», dalla vita, che spesso si risolve in «parvenze» e nel dubbio che «l’essere … sia solo sbarre», dal terrore di «vorticante, / aggelata pena / di eterna assenza»?
No, nulla appare strozzato, perché «la Poesia salva la vita» e la comunica a pieni mani.


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