Senecio
     SENECIO

Fondatore
Emilio Piccolo

Direttore
Andrea Piccolo con la collaborazione di Lorenzo Fort



Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze
Horkheimer-Adorno, Dialettica dell'illuminismo

Rivisitazioni, traduzioni, manipolazioni



Redazione
Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro
Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza


Gianni Caccia
Scheda biobibliografica

Magna Grecia, VII-VI Sec. a. C.

M’ha raggirato l’ospite dalla voce obliqua,
per poca argilla si gode il mio frumento:
sommerga il mare la sua nave, succhi
le vele e quelle barbe sorridenti.
Ma è bella la città, saetta bianco
il tempio sulla collina dura:
compagna all’eco falsa del mercante
suona la voce luminosa di quell’uomo
che non propone scambi, e chiuso
nel suo mantello scruta terra e cielo.
 

Maratona, 490 a. C.  

Punte di lancia, il balenio degli occhi:
su onde inospiti ci hanno ributtato
dal campo arido di vento:
libertà han dato nome a queste pietre
che osarono negarsi ai nostri arcieri:
lo dicevano gli occhi come lance.
 

Termopili, 480 a. C.
   

Guardia del re, siamo gli immortali:
ma non è nostra la tenacia
di questi pochi, da un villaggio oscuro
mandati a chiudere queste aspre rocce:
vinti nel numero abbracciati ai sassi
difendono per sempre il loro posto
contro la sete regale d’acqua
e terra, che mai spegne confine.
  

Salamina, 480 a.C.
 

Beve questo mare angusto, troppo
per navi immani d’altro Oceano
i sogni del re, assiso allo spettacolo
del suo tramonto; sparsi alla deriva
galleggiano i relitti del suo fasto,
specchio per noi della misura
che un demone assegnò alle cose umane:
legni franti ricopre l’acqua salsa
- necessità di ogni vana gloria.
   

Isso, 333 a. C.
   
Sono miriadi e balbettano confuso,
le lance hanno fatto una pianura:
sordo monta ronzio d’api senza cosmo,
lo uniscono gli interpreti in un grido:
gracchio di servi tiene quelle genti.
Tra noi è una parola: il barbaro
nel mezzo, la sorte ci ha mostrato
la salita: portar la nostra lingua.
   

Persefone
 

Poi fu delirio d’asfodeli, nera
vertigine vinse membra ghiacce
nella catastrofe di cielo e spighe:
la bocca della terra si scoperse,
calda e golosa mano m’inghiottì - di un dio.
Prato vizzo di morti, è la mia reggia:
orba di madre luce, sposa
dannata delle ombre vago
sterili passi sopra il ventre secco
che m’ha rapita a sua eterna consorte.


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