Senecio
     SENECIO
Fondatore
Emilio Piccolo

Direttore
Andrea Piccolo e Lorenzo Fort



Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze
Horkheimer-Adorno, Dialettica dell'illuminismo

Rivisitazioni, traduzioni, manipolazioni



Redazione
Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro
Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza

Guglielmo Aprile
Scheda biobibliografica

Reminiscor

Memoria di Atlantide

Isole che nei millenni nascono e
sprofondano, al respiro
ritmico che solleva e abbassa
il mare, come se dalle sue bocche
e dall’intatta adolescenza
del suo sangue, avesse ogni istante origine
il mondo.
                        In queste acque dove un re
si annegò per la nostalgia del figlio,
splendeva Creta: la città dei cigni
era detta, per le sue bianche regge
sontuose, e per gli altari, le terrazze
aperte e abbaglianti di sole, e per le nozze
ridenti che ogni giorno si tenevano
sulle più alte acropoli, i banchetti …
                                               Poi
onde alte come mura la strapparono
al sogno del suo opolo canoro.
Riposa il suo segreto oggi
chiuso nella feroce, eterna quiete
e nel silenzio del suo mare, tomba
di reami e di vele. Solo i naufraghi
 
sanno ormai dove Creta sia risorta.
 
 
Estasi marina
 
Che fine hanno fatto, delfini,
le figlie bambine del mare, le Nereidi che cavalcavano
le onde, sui cocchi trainati dalle vostre pinne?
Affogate tra buste di plastica e detersivi,
forse solo voi ne riconoscete
nelle spume il sorriso, i capelli nelle alghe;
e voi, gabbiani e pesci volanti, messaggeri dei miti alisei,
dei venti placidi spiranti dalla terraferma vicina,
ricordate ancora quanti giorni
di burrasche e bonacce occorrano a fare approdo
alle spiagge dei “pomi d’oro”, al paese delle Esperidi?
E quale regina scontò un lutto segreto, o pagò il vanto
della propria bellezza, mutandosi in stella marina,
in fiore d’anemone? E che delitto
ancestrale inabissò giù nei pozzi
dell’oceano gli dei ribelli, in forme
di priovre giganti, di Scilla squamosa ed ingorda?
 
Stupendo popolo delle acque e dei gorghi, morendo
vorrei risvegliarmi in una qualunque
delle tantissime creature tue figlie:
nuotare insieme ai banchi, che sanno a memoria le rotte
delle correnti, esplorare gli antri e le gole
dei fondali silenti, il nascosto
regno delle meduse e degli ippocampi.
 
 
Quando era un dio a regnare sulle acque
 
Mutato in toro o in cavallo, vagava
un dio, un tempo, lungo gli sgranati
versanti di questo mare, predando
fanciulle.
                        E mentre ignare adolescenti
dal fianco snello, dai capelli
gocciolanti sopra le spalle nude
scherzavano l’un l’altra, a riva, lucide
d’acqua e di sole, emergendo dal bagno,
Tritone, immobile a fiore dell’onda,
attendeva per prenderle: coperto
da una canuta ghirlanda di spume
o da un banco di pesci, o in sembianza
d’anemone, ne rapiva una a caso
per sparire con lei, e condurla in dorso
fino ai palazzi dalle porte d’oro
che furono suoi, al largo, sui fondali.
 
È il suo latrato che rimbomba ancora
degli antri cavi violati dal vento,
dalle spelonche buie che si aprono
nel seno delle baie, delle coste rocciose;
è il suo lamento che narra alle onde
il ricordo di quegli amori
che, intatto dai secoli, echeggia
nell’incostante volgere delle acque.

 


 

Epopea Fenicia*

Fummo noi a sfidare per primi
i bastioni di Atlante, a immaginare
rotte sull’immensità burrascosa
a perdersi tra venti enormi, nebbie
sconosciute alle nostre coste, in cerca
di nuovi e inusitati sbocchi
al traffico della porpora, dell’ambra.

Calammo i cedri dalle prore arcuate
sopra acque che sembravano di ferro,
quindi puntammo verso nord. Al largo
vortici si levavano roteando
in delirio, serpi dalle viscere
buie del mare, le spire gonfie, ebbre
di lampi e spume, avviluppate intorno
all’occhio del sole fino a inghiottirlo
entro il loro amplesso; e spesso un boato
disumano, un lamento come di anime
di annegati, portate dalle onde,
ci tenne insonni la notte, mostrandoci
in sogno un viso amato, ci ammonì
di tornare indietro: ma più deciso allora
dettava il tempo battendo il tamburo
e dava forza ai rematori, a bordo.

I cocci della statua di un dio, sparsi
qua e là sulle spiagge spoglie oggi
di tante isole celtiche, testimoniano
quanto oltre i confini noti avessimo

spinto il sogno, prima di far naufragio.

 

 


 

*Cfr. G. Aprile, Il dio che vaga col vento, Novi Ligure (AL) 2008.

 

Cantico degli scogli del mare*

Sembianze umane aveste un tempo, ma empi
un dio vi punì convertendovi
in macigni? O l’ira di un gigante
beffato e offeso da una ciurma in fuga
vi scaraventò contro il mare? Scogli,

segnate voi il confine
tra la terraferma sicura e l’abisso, come
ad ammonire di un pericolo
oltre i vostri presidi turriti, e vigili
fissando il largo difendete
la costa dalla minaccia
delle ondate, dalla lusinga
della risacca, dalla sfida dei venti.
Ginocchia e nuche dei tritoni
o dorsi scuri di creature
minerali che dormono, o rovine
di montagne crollate, di fortezze abbattute
da ancestrali burrasche e maremoti:

scogli, di quali eventi immani
testimoni, sepolti nel buio del tempo,
fate da sentinelle? E che significa
la geometria assurda, il mosaico caotico
che vi dissemina sull’acqua?

 

 


 

*Cfr. G. Aprile, Il dio che vaga col vento, Novi Ligure (AL) 2008.

 

Nei secoli*

Labirinto

Ci raccomandarono state alla larga
dai cunicoli, dal bordo dei pozzi,
ci si perde spesso
dove gli animali senza occhi
fanno le tane, nessuno li ha mai misurati
i sotterranei, una razza diversa
che ha in orrore i fiori di Cnosso
coltiva insani, violenti appetiti.

Il cielo dalle mascelle di ferro
reclama ogni giorno
il suo tributo di cappellini da baseball,
in numero non inferiore a sette.

Viaggiatori

L’orizzonte è una promessa,
e l’oggi un profugo cieco.

Chimera delle Cicladi, quante isole
si nascondono dietro un foglio bianco,
quanti orologi da ragazzi
manomessi per gioco o inavvertitamente
sfilatisi dal polso
nuotando e ingoiati dal fiume;
lunghissimi pomeriggi in collegio,
le mani sotto la nuca, a dipingere
sul libro di algebra le sopracciglia
di una visitatrice misteriosa;
e ogni finestra aperta era un aedo
di climi più congeniali,
di hawaiane dalle gonne di ibisco
dalla parlata musicale e incomprensibile.

Poi le stive degli anni
hanno svelato il loro reale carico,
il diramarsi sotto i nostri occhi
delle strade innumerevoli
che piegano dietro la schiena scura
della montagna;

e l’orizzonte resta colmo di spighe,
ma l’oggi ha le mani mozze.

 

 

*Cfr. G. Aprile, Elleboro, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2019.

Casa di specchi*

1. Fanno ottimi affari i megastore
di bigiotteria falsa,
ma se il senegalese ha denti così bianchi
è solo per contrasto con la sua pelle.

È una vita da pesce pulitore,
diverse interpretazioni sprigionano
dalla pietra focaia
dei pensieri persi tra l’erba alta,

il numero di sampietrini
da qui a casa impossibile da conteggiare,
nell’outlet i manichini si beffano
delle nostre facce incollate alla vetrina –
 
è un fake ogni diceria intorno a Lazzaro.

2. Aveva torto Talete, lo prova
la rapidità con cui
le uova si spellano nel bollitore;

giurano il falso gli alberi ad agosto,
l’allegria è solo danza di licaoni.

Tra il barattolo degli integratori
e la luna
c’è una strada interrotta,
occhiali dalle asticelle spezzate, una mela di ferro

che non ho il coraggio di ammettere.

 

*Cfr. G. Aprile, Elleboro, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2019.

Segnali*

Si moltiplicano, nel crepitio intermittente delle farmacie di turno,
i segnali. Voli bassi di uccelli
sui piatti apparecchiati, un’improvvisa bonaccia ammutolisce i capelli.
La Chera in tuta da jogging
fa un solo giro
ma percorre l’intero isolato, le strade si infilano in fretta
nelle tasche dei passanti, “Fate presto, fate presto!”, urla qualcuno
da uno sportello che sbadiglia. Cercatevi una tana,
l’anziana con il cane alle sette in punto raggiunge il punto convenuto,
alza la mano sinistra
in direzione della riva più scura
del lago e fa cenno
di via libera.

 

*Cfr. G. Aprile, Il Giardiniere Cieco, Transeuropa 2019. (ndr)


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