Erinni*
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Ecco che cosa ho espressamente sognato ieri sera, per la pesante cena che mia moglie mi aveva preparato ad hoc. Nel presente sogno, è compreso anche il registratore portatile che mi sarei portato appresso nel regno dell’aldilà.
In questo mio sogno stravagante, vedo che mi appare, davanti a questa mia faccia floscia, un vecchietto sdentato che mi dice dopo un poco:
“Andate per di là, per quella parte. Ci sono tre belle giovani che vogliono vedervi. Sono le Erinni. Ricordatevi questo nome, E r i n n i.”
Dopo aver scandito le lettere di quello strano nome, ha aggiunto sorridendo sornione:
“Bel giovane, non so perché ci tengano a vedervi, non siete neanche bello. Però, è una loro richiesta e non ci tengo a farmele nemiche.”
Accenno di sì con la testa.
“Una cosa ancora.”
“Dite, ma non mi trattenete troppo.”
“Ce l’avete il VIAGRA?”
“E a che mi serve?”
“Serve se incontrate quelle tre.”
“Non ne ho bisogno. Sono un vero macho.”
Il vecchietto ha fatto un ironico risolino:
“Un macho con le corna… è risaputo anche qui che vostra moglie vi tradisce… Tenete. Vi do un paio di pastiglie. Prendetele e andate via. Se quelle tre vedono che non siete macho, vi paralizzano all’istante. Meglio evitare guai.”
Di fronte alla risolutezza del vecchio, mi azzittisco, trangugio le due pastiglie senz’acqua e me ne vado. M’incammino tomo tomo. Percorro questo nuovo sentiero che stronca diritto per le vaste lande del mondo antico. In un fulmine o quasi, sono nei paraggi di un incavo della roccia al cui interno vedo delle sbarre, infisse a perpendicolo. Mi rendo conto che è una cella. Non so chi nel sogno me l’aveva detto, però è come se lo sapessi già: lì dentro ci dovevano per forza essere le tre Erinni, dette anche Furie. Mi sono avvicinato alle sbarre timoroso ed ho scrutato nella perfetta oscurità: una cella bassa e buia da fare quasi schifo. Aspettando un poco, ho sentito dei respiri prolungati, smaniosi e con la raucedine. Erano respiri o sospiri prima deboli, poi forti come emessi dalla selvaggina, o da sofferenti in pena, o peggio ancora, da drogati in iper dose. Continuando a guardare tra le sbarre, ho visto uscire dal fondo di dense ombre tre giovani donne. Dalle ombre truculente, escono dunque tre donne, una più bella dell’altra… Conseguente mia onirica esclamazione:
“Ma che è!”
A dire la verità, si tratta di tre belle giovani donne, veramente bone. Allora penso che il vecchio ha fatto bene a darmi le pastiglie di VIAGRA. Appunto gli occhi. Le vedo nude, proprio senza niente addosso. Oltre ad essere bone, slanciate e con dei coscioni così, sono anche belle, con occhi azzurri come il mare. Mi avvicino di più alle sbarre, ma il sibilo e la vista dei serpenti, aggrovigliati tra quei capelli crespi, mi fa arretrare. Dopo lascivi sguardi, le tre hanno cominciato a sfregare i corpi nudi contro le arrugginite sbarre. Ho notato la reciproca rassomiglianza, come tra gemelle monovulari. Sembrava che l’una si rispecchiasse nell’altra in un magico gioco di rimando. Pieno di stupore ed ammirazione, mi è venuto da pensare: si tratta di cose che si avverano solo in aldilà e che sulla terra, solo i pittori o gli attori nei film sanno fare.
Ho notato altri particolari. Le tre ragazze avevano l’aspetto selvaggio ed aggressivo, da lupi mannari. Poi, avevano lo sguardo malinconico come ossesse. Sul bel viso ovale, risaltavano le strane striature alle labbra che facevano pensare ad un ghigno crudele, come le male femmine di Napoli. Le serpi poi si agitavano nervose tra la folta capigliatura rossa come il rame. Alcuni rettili si attorcigliavano attorno alle sbarre. Non ho saputo cosa pensare e che fare. I serpenti fanno schifo. Quelli delle Erinni stavano attorcigliati alle sbarre con la bifida lingua fuori. Le tre, come vajasse, si sono messe a dire in coro strane frasi che ho cominciato a registrare col portatile. Ciò che dicevano sembravano cose senza senso. Ecco cosa mi dicevano:
“Straniero, essere labile dell’universo spazio-tempo, ascolta, ascolta quello che stiamo per dirti e ricordalo: o i popoli risolveranno i contrasti, senza ricorrere alla violenza e alla guerra, oppure la violenza e la guerra distruggeranno il mondo. Ma noi, vergini, figlie del Cosmo immacolato, vediamo nel futuro solo lotte politiche, faide, munnezza, corruzione e morte. Troppa corruzione si mangia il mondo. Ognuno pensa a sé, in una bolgia che non ha fine. Ah tristezza, ah munnezza, ah schifezza!”
Mi è venuto da dire e dico:
“E che ci posso fare io? Lo dite a me? A Napoli, siamo passati dai Borboni alla munnezza, figuriamoci nel resto del mondo. Dalla padella alla brace. Però, scusate… a me lo dite? Io che c’entro?”
Le tre ragazze che arrapanti sono assai, si mettono di nuovo a vataljare:
“A te lo diciamo perché lo puoi dire agli altri. Tu sei solo una metafora… I nostri sensi in allerta sentono già il rumore assordante della grande cascata verso cui il fiume degli eventi sta precipitando. I segni negativi sono abbondanti. Questi segni mostrano la necessità di un cambiamento. Questi segni negativi che portano alla necessità di dover cambiare dicono: questa tragica situazione non può durare. Le città ed in particolare Napoli, sono disumane e circondate da periferie disperate… Ecco che s’innalza sul mondo l’Eterna Dea, la Nera dea, la Dea che vive senza spazio e senza tempo. La nera dea che tutti qui chiamano NEMESIS, la dea della vendetta.”
Mia autentica esclamazione ad hoc: “Alla faccia mia!”
Dette queste cose, puntualmente da me registrate, le tre giovani si sono azzittite e che fanno? Hanno preso a guardarmi come arrapate, o libidinose. Hanno poi detto delle frasi in greco che non ho capito, ma che ho registrato e poi hanno detto nella mia lingua:
lo capì Pindaro e lo capì Parmenide.
Pindaro nella Olimpica IX 100 dice τ? δ? φυ? κρ?τιστον ?παν: È la nascita tutto il nostro meglio (trad. Mandruzzato).
Parmenide di Elea afferma che le cose del mondo reale sarebbero il segno di un Essere che si eclissa.
La gente comune non capisce queste cose. Il fatto è che alla fine, tutti vivranno all’interno dell’impero universale e non vedranno le contraddizioni in cui verserà.
Qui termina la profezia che non è lusinghiera, ma veritiera.