Senecio
     SENECIO
Fondatore
Emilio Piccolo

Direttore
Andrea Piccolo e Lorenzo Fort



Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze
Horkheimer-Adorno, Dialettica dell'illuminismo

Rivisitazioni, traduzioni, manipolazioni



Redazione
Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro
Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza

Rino Cortiana
Scheda biobibliografica

La laminetta orfica di Hippon

la tenevi stretta
            o pia defunta
la lamina d’oro
nella mano ripiegata
            all’altezza del fianco
o
già davanti agli occhi
per darti luce nel buio

            lampada con parole
ancora piene di suono
a rischiararti il sentiero dell’Ade

            piegata nel buio
            per sottrarre ai profani
            segni arcani

occhi a cercare occhi
            tra le colonne del buio
occhi rischiarano altri occhi
solo col ricordo di luce

            sotto l’acqua le colonne
            sono ancora piene di canti

hai la traccia stretta nella mano
se la memoria si stinge
            o già in bocca
pronte all’uso
le lettere che parlano all’Altrove
con altra voce
            nell’incisione dell’oro
dalla bocca piena di ombre

            toglie l’ombra l’oro
            che non si stinge

nel cavo trovi dimora
            che al fondo si scava
neanche l’eco delle sacre parole
in bolle s’eleva

stringi in quell’oro       come in uno specchio
la lamina dei pendii
con righe di pietra
            e di olivi

lamine allora
            di spighe in preghiera
            nel soffio

lamina taglio di tempo
            che emerge

il buio di allora
            altri vedono ancora


 

Bronzi di Riace

bronzo 1

non sai come tenere
                        le mani
in cerca della  presa

 bronzo 2

la storia a volute
attorno alla tua barba
tesa la pelle
nell’energia verticale
**
sono in movimento
sul filo della bilancia

l’occhio è fuori di sé
*
l’occhio vi gira intorno
cercando il vostro cerchio
**
furono
            e
sono
            i bronzi
dopo il lungo dormiveglia nell’acqua
**
puntano alle linee tonde
dell’esistere
al nucleo già sciolto
nella soluzione in fiore
di  due stagioni

attendono
            ancora attendono
                        l’insufflante
*
per voi non esiste
                        il mai
ma
il sempre così

senza condizioni
**
cosa è rimasto del cuore
                        niente
oppure il tutto diffuso
in quella pelle
           
in quella mente
*
guardo
guardate
guardiamo l’intorno
come ad ogni alba inondata

che poi tonda richiama


 

Babele

guardando la «Torre di Babele» di Brueghel (Vienna, 25/05/14)

quando i dettagli più semplici
                                    si sfaldano
e gli operai vanno su e giù
non sapendo più dove posare le pietre

i piani chiedono invano
ad altri piani di sostenerli

la lingua-voce non è più collana di perle unica
            attorno al collo e alla gola
ma in vetro infrante le voci del quotidiano
e in frantumi
anche i richiami di porte e archi

il colore allora
            compare e scompare
è carezza e graffio sottile
poi ancora carezza

abrasione infine
in traccia
                        sulla tela che tesse
                        e non tesse

 

Strofa della nutrice *

Luce è lo sguardo della nutrice
è svelamento è riconoscimento
come Euriclea che in Ulisse rinvenne
la terribile cicatrice
uno sguardo che pare di marmo
una lama
ma che s’infiamma alle gesta del pargolo
in un angolo come di focolare
sempre acceso e sospeso

 

*Cfr. R. Cortiana, La tela e il drago. Omaggio a Carpaccio, Venezia Mestre 2017, p. 15.

 

San Giorgio uccide il drago

zampe contro zampe
testa contro testa lì s’innesta la lancia
che trafigge la gran gola
che franto avea l’arto del guerriero
della giovane salvato solo il seno

esala il sangue fino a diventar pozza
su quelle ossa spente
non serve proprio a niente
e l’ala è solo un cenno

greve che ormai più niente leva
mentre l’artiglio graffia l’aria
e soltanto l’aria aumenta

fora la tua lancia anche il monte
mira al traguardo lontano
tra i perigli d’altri navigli
e vince gli occhi chiusi vince gli occhi vuoti
di quei morti

fuga di monaci sollevando l’aria
impauriti a destra e a manca
dal leone non c’è scampo
il leone mangia le ore
divora in un boccone tutto il sole
si sottrae a balzi la cerva-luna

che nell’ago del tempo cerca la sua cruna

 


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