Senecio
     SENECIO
Fondatore
Emilio Piccolo

Direttore
Andrea Piccolo e Lorenzo Fort



Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze
Horkheimer-Adorno, Dialettica dell'illuminismo

Rivisitazioni, traduzioni, manipolazioni



Redazione
Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro
Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza

Francesca Nenci
Scheda biobibliografica

Elegia di primavera

Si stava sonnecchiando,
l’ora tarda cullava insieme al vento,
dolce alle orecchie, rapita d’incanto,
mi suonava ‘Euridice’ di Iacopo Peri, 1600,
a Palazzo Pitti s’apriva la sala
alla festa di nozze, all’amor trionfante,
danzante finezza di dame dai capelli di rame,
la donna amata, strappata alla luce, salvata,
la Morte ingannata d’amoroso amante.
 
Anch’io d’un tratto mi girai,
ma tu eri sparito.
Pestai il dolore,
il prodotto nel mortaio
emanò forte profumo
distillato dai gangli
alambicchi cerebrali.
 
Un aperitivo amaro,
coi brividi che dà la primavera.
Accostai le labbra:
nel vetro del bicchiere
il profumo esalava acido
odore di clessidra vuota.

 

Ifigenia

La cerva volante
 
Ma ti ricordi il passo danzante
di chi si allontana
al di là della soglia,
la gola protesa
a cogliere l’aria
dell’alba nascente,
forare lo spazio
che niente sapeva
di te,
via veloce,
che forza hai nei piedi
aperta hai la strada
dovunque comunque
sei sola
ignota a te stessa
rifai la tua vita
rinasci ogni istante,
la mente ti inventa
una cerva volante.
 
La lucente lama
 
Non avere tremori
procedi nell’ostilità
inossidabile
fasciata d’invisibile corazza
a nascondere
rigurgiti
di passate estati
quando l’onda lasciava
pallidi ricami
sul lucido arenile.
 
Là sei rimasta.
Eri bambina
un vergine virgulto.
 
Ti ricordi ancora
la lucente lama?
Quando all’altare guardavi
il biondo Achille
nella pupilla ti rimase lui.
Fu un attimo e nel lago
del cuore s’infisse
la lucente lama.
 
Swallow’s nest Castle
 
Oggi nella terra dei Tauri
si erge irto di torri un bel castello,
misterioso nido di rondine
su ardua rupe a picco
sovrasta the Black Sea.
 
Dicono sia meta di turisti e luogo dell’amore,
ma se dal mare volgi lo sguardo in su verso la cima
sembra il tempio di Artemide cruda
e la reggia del rapido Toante,
così diverso dal piè-veloce Achille.
 
Sul mare gonfio di schiuma
lungi-risonante
arrivano ancora i naviganti
al lido impervio,
salendo il monte fino all’erta cima
come fece Oreste tuo fratello,
con Pilade, l’amico a lui fraterno.
 
Lo attraversò con le sue bianche vele
sospinte dal vento dei Rimorsi
della madre uccisa
per ordine di Apollo
o del Destino
e trovò te
giovane fiore
insanguinato e vergine
e tu trovasti lui
l’amato viso.
 
Ifigenia, hai imparato a soffrire
nella terra dei Tauri?
Quanta violenza hai ingoiata
senza piangere dagli occhi!
Dentro stilla dopo stilla
hai ingurgitato lacrime,
un liquido che scalda
e poi ti gela.
Sei sapiente allora.

 

 

Visioni d'Agosto - parte 1

PENELOPEIA - Variazioni sul tema della tessitrice

Nella mia cuccetta di terza classe viaggiavo come su una zattera a fior dell’onda, mentre sull’oblò s’infrangevano risonanti flutti di bianca schiuma, e a me, pur essendo la nave un transatlantico, pareva di essere sulla barque vagabonde di chi va in cerca dell’isola di "Youkali" tanto che nelle orecchie mi risuonavano le parole e il canto di Teresa Stratas, piene di una malìa che mi scaldava il cuore.
Da Brindisi ero diretta a Nasso e poi a Creta, a Cnosso: volevo ritrovare Arianna, magari incontrarla, parlare con lei: sembrerò una visionaria, ma non si sa mai questi luoghi cosa riservino quando la mente è accesa da miti eterni, nonché dal sole a picco sulla testa, magari nell’ora panica del giorno, oppure nella notte, se ad un tratto l’oscurità è illuminata da una luna immensa. Per incontrare Arianna e per dimostrarmi a lei vicina, mi portavo dietro un gomitolo, era un dono della mia mamma (lei era una tessitrice): l’aveva posto nelle mie mani stringendole fra le sue, sembrava lo chiudesse in uno scrigno come fosse un tesoro, un aureo pomo: e così io lo presi, felice, e pensai che a Creta, proprio nel labirinto, figura della mia intricata vita, mi sarebbe stato indispensabile; sarei entrata nella spirale oscura e avrei percorso i suoi giri, prima scendendo fino al punto estremo, da dove arduo è risalire al primo cerchio, a meno che tu non abbia con te il filo di Arianna e tu non lo percorra à rebours danzando come fanno le gru a primavera, a saltarello.
Ma prima mi attendevano le isole dello Ionio: già la mia mente andava a Itaca e a Penelope, la saggia tessitrice; e poi, se fossi sopravvissuta ad emozioni e a fortunali, doppiato il capo Malea, turbinoso di vortici e di venti funesti a Ulisse, infine mi si sarebbe spalancato l’Egeo, fertile di miti, e le sue isole multiformi e innumeri. A Nasso mi sarei fermata: volevo sostare sulla rupe, dove Arianna abbandonata da Teseo emise il suo lamento. Ma quando si parte non si sa mai dove si arrivi e quali mutamenti ti riserverà la sorte. Certo io ero ormai lontana da quotidiani impegni e affanni e noie, e ormai la mente era occupata da pensieri d’altro mondo. Il primo giorno precipitava già nel vespero imminente; il cielo era ormai bruno, quando dall’oblò a fior dell’onda improvvisa entrò bianca ed immensa la luna ed io vidi Itaca accesa di fiaccole stagliarsi all’orizzonte e poi sempre più vicina, tanto che mi sembrava di toccarla, anzi di essere sulla sua riva petrosa. Lì vidi il palazzo di Ulisse e sulla torre Penelope, la prima tessitrice e di lei udii le parole ed i lamenti e dalla sua bocca appresi la sua vera storia, né da Omero né da altri poeti mai narrata. Io vi dirò, senza velami, quello che vidi e udii, condividendo le sue pene e i suoi tormenti:

Ritta sulla torre del palazzo
Penelope fissava l’orizzonte,
ancora nelle sue pupille brillava
l’azzurra prora della nave di Ulisse,
ormai discesa nell’altro polo,
che l’Oceano immenso
col suo cerchio chiude.
La stella di Lucifero
pulsava di luce scintillante
annunciando l’Aurora mattutina,
che già mostrava le sue dita di rosa
salendo in cielo col suo cocchio alato.
Penelope, cieca a tanta luce,
vedeva soltanto nubi grigie
come il piombo nel suo cuore;
veloci volavano sopra la sua testa
mutando forma,
disfacendosi in atomi infiniti
per ricomporsi in sagome inquietanti,
uomini o dei, tristi presagi
di giorni lunghi e cupi,
nella solitudine e nel tedio dell’attesa.
Ulisse di nuovo era partito:
si era fermato appena,
solo il tempo della vendetta e della strage,
poche ore d’amore, presto l’addio.
Ancora prove, ancora lontananze,
strani percorsi lo attendevano
nel mare di color viola
e approdi disumani sulla terra nera,
alla ricerca di chi scambiasse
per un ventilabro il remo
appoggiato alla sua spalla.
Quindi il ritorno, la vecchiaia serena,
la morte lontana dall’agognato mare:
erano questi i vaticini oscuri
del divino sacerdote cieco.
Ma lei non trovava un senso a questo errare:
forse era l’inganno di un dio o di un mortale,
forse era lo stesso eroe dal multiforme ingegno
che s’inventava simili viaggi,
forse il demone suo, la sua natura:
tutto era vero o era il perenne
affabulare di una mente colorata,
avida di un sapere senza freno?
Penelope pensava alla sua vita:
avrebbe consumato la fiorita giovinezza
a guardia del focolare e della casa?
Forse a lei, donna e regina
accorta e saggia, era precluso
e negato il mondo fuori della soglia?
Questo il suo destino?
Certo un dio reggeva la sua sorte,
ma lei lo assecondava,
pavida e prona.
Questo pensiero insolito
la scosse e la turbò.
Ridiscese lenta la prima
rampa ripida di scale,
accompagnata da stridii di uccelli
e dal rumore del vento
che increspava il mare.
Le tende bianche alle finestre
erano gonfie come vele,
ma la casa le sembrò una nave
ferma, incagliata in un’arida secca,
che né il vento muove
né forza umana spinge
libera sul mare.
Dentro questa sabbia
lei si sentì sepolta viva.
Vent’anni aveva atteso
il ritorno del marito-eroe,
una lettera perfino aveva scritto,
in essa raccontava la sua sterile attesa;
poi al suo arrivo, sotto mentite spoglie,
era seguito un turbinìo di eventi,
quindi il silenzio ed il deserto intorno.
Solo lei rimaneva nella casa
fasciata di ricordi,
atterrita da notturne grida,
forse di uccelli, forse di infere parvenze,
ombre dei morti, tanti,
una folla innumere,
spinta da Hermes,
il messaggero dall’acuto sguardo.
Per lei ormai niente esisteva
se non il palpitar del cuore, divisa
fra la fede giurata e il desiderio della fuga.
Sentiva intorno a sé stringersi un cerchio
che presto si sarebbe chiuso
soffocando il suo respiro:
come sopravvivere all’angoscia?
Lei si vide dentro un labirinto,
in una grande cavea di scalini
digradanti, pieni di statue bianche
di defunti eroi, eroine, memorie
morte emerse da remote lontananze:
così disse a sé stessa
e poi discese ancora,
sempre più giù,
come spinta da forza sovrumana.
Quindi, percorsa nell’ansia la spirale oscura,
si trovò nell’ultimo cerchio stretto e nero
e capì che era giunta in fondo al labirinto.
A lei la scelta: o essere inghiottita
nel baratro di morte o, col piede alzato
come la gru quando danza a saltarello
su una gamba sola, leggera,
quasi alata, risalire all’aperto
levando un canto libero di gioia.
Questo pensiero le agitava il cuore,
così con l’agile piede risalì i gradini
e nella danza le sue guance
si tinsero di rosa.
Infine uscita dalla stretta porta
fu invasa da abbagliante luce
e le sembrò di vedere Ulisse
davanti a sé tendergli la mano,
tanto sentì pungente
il desiderio dello sposo
e dell’amato letto.
Discesa allora un’altra rampa
ripida di scale, entrò nel talamo:
il Sole lo invadeva la mattina
e dentro racchiusa rimaneva
tutto il giorno la sua luce;
il pulviscolo dorato si muoveva
fra i mobili ondeggiando,
nella trama della coperta,
nei tappeti variegati,
nell’argento degli specchi
restava il suo fulgore;
si muoveva largo e scagliava
come abile arciere dardi di luce
alle pareti e nei ricami delle tende,
danzando alle voci degli uccelli,
stridii di rondini e gabbiani.
A Penelope, avvolta dalla luce,
sembrò di sentire il caldo abbraccio
del marito-eroe e si gettò sul letto,
da lui scavato ad arte
nel tronco dell’ulivo,
il letto fermo e certo simbolo
di un legame eterno.
Nelle lenzuola ancora restava
l’odore dell’amore,
l’afrore del connubio e del piacere,
Penelope vi si avvolse e pianse,
poi si assopì, stremata:
Atena glaucopide, la figlia prediletta
di Zeus, l’eterna tessitrice,
le inviò propizio il Sonno,
poi le apparve,
dea saggia e tremenda:
lampeggiava la lancia,
l’elmo era fulgido di luce,
la testa della Gorgone Medusa
infissa nello scudo
dardeggiava bagliori verdi
di serpenti attorcigliati.
Tale era la dea alla vista,
ma benigna a lei si volse con parole alate:
«Penelope, figlia d’Icario,
disgraziata, non consumarti
fra le lacrime in solitarie stanze;
ricorda che niente è precluso
alla mente di una tessitrice:
come hai tramato contro i Proci
l’inganno della tela, tessendo il giorno
e di notte disfacendo il suo tessuto,
ora torna al telaio
e con la mente e l’abile mano
trama tutta la tua futura vita.
Interroga il tuo cuore e la tua mente,
e quella segui senza indugio e senza pianto,
tramando tu da sola il tuo destino».
Così disse, poi come nebbia
nel vento si dissolse.
Penelope d’un balzo si svegliò:
le parole della dea danzavano
nel suo cuore folle danza.
Come se una mano la guidasse,
andò allo specchio:
vide il suo corpo ancora giovane,
il viso chiaro di luce,
biondi i lunghi capelli,
gli occhi del color dell’erba
fresca di rugiada mattutina;
poi entrò nel bagno,
nell’acqua limpida versò oli odorosi
e lavò la sua candida pelle;
muovendo l’acqua con la mano,
il suo corpo riflesso nella vasca
sembrò nuotare libero e vivace
come nell’onda marina la sirena;
questo le parve un fausto segno
per la sua vita futura.
Le echeggiavano nella mente
le parole della dea, i suoi consigli,
così disse a sé stessa:
«Io cercherò per mare il mio destino,
come Ulisse, vicina a lui nell’esperienza
e lontana dalla schiavitù,
che a me, pur regina e saggia,
si impone come donna.
Così libera, a lui uguale,
affrontando uguali pene
e rinnovellando i suoi dolori,
solcherò l’onda azzurra a vele gonfie».
Indugiò allo specchio
ed asciugò il suo corpo,
indossò vesti fiorite,
poi dal grande armadio prese
mille e mille matasse di fili
bianchi, neri e variopinti,
tutti i colori che indossa Iride alata,
sedette al telaio decisa
a tramare il suo destino.
Notte e giorno Penelope tesseva
senza tregua la sua tela,
intrecciando i fili
lucenti di colori;
prima tramò
la chiglia ricurva di una nave,
ali di lino,
occhi azzurri
a poppa e a prora,
e tramò sé stessa,
figura esile e bionda,
che la spingeva dalla riva
dentro il mare.
Da Itaca cominciava il suo viaggio:
immaginava un percorso in mezzo all’onde
verso lidi ignoti, solitari approdi
nei seni che il mare scava
frangendosi di bianca spuma
sulla terra nera.
Spesso tornava indietro nella trama,
mutava i disegni e la sua sorte,
lasciò incompiute alcune parti,
dove pendevano fili,
non tramati e tutti bianchi,
per riservarsi futura libertà d’intenti
e, poiché non volle porre fine al suo vagare,
alla fine la lasciò incompiuta.
La staccò allora dal telaio
e, come fosse un manto, la indossò:
dal capo le pendeva, il corpo le avvolgeva,
le scale ricopriva da cima a fondo
e giù scendeva,
avvolgendosi ancora in grandi spire.
Scese tutte le scale
fino al grande megaron
e fuori nel cortile,
e qui le punse il cuore
il ricordo dei morti e della strage,
le si sciolsero le ginocchia
e si chinò stremata:
rivide il mendicante-eroe tendere
la corda dell’arco così flessibile
come fosse quella della cetra,
e la corda levò un bel canto,
simile alla voce della rondine,
e la freccia attraversò tutte
le dodici scuri
e scoccò a segno.
Nelle orecchie risentì
il sibilo dei dardi
e l’urlo di Antinoo
che per primo assaggiò la morte:
trafitto dalla freccia cadde,
scalciò la mensa,
non riconobbe Ulisse:
dalla ferita fuggì veloce
l’anima, e con essa il tempo della vita.
Poi rivide Melanzio
il traditore, prima pendere
da una corda stretta al suo collo,
poi, trascinato fuori nel cortile,
gli recisero il naso, le orecchie,
i genitali strapparono,
e tutto gettarono ai cani,
dalla pozza del suo sangue
uscì l’anima vile.
Poi rivide la morte delle dodici ancelle
che dei proci erano state amanti,
urlavano stridule voci, finché tacquero
impiccate, penzolanti le loro teste
dalle funi ben tese oscillando
macabra danza.
Gli occhi di Penelope
ormai vedevano solo parvenze,
fantasmi insanguinati
bocche spalancate nell’urlo
muto di terrore.
Si voltò indietro, per sempre,
e risalì fino alla torre più alta del palazzo
e lì fissò la lunga tela;
così tutta la sua futura vita
occupava il palazzo e lo mutava,
coprendo e seppellendo
il passato e i suoi ricordi
Poi tornò nel talamo,
e le sembrò che il letto
la guardasse e attendesse
un suo gesto o una parola,
quasi fosse animato,
come persona viva.
Ora di nuovo la sua mente vacillava,
ricordando come Ulisse
l’aveva costruito, scavato e scolpito,
come abile fabbro, nel tronco dell’ulivo
ben piantato enorme,
perché restasse il grande
segno di un legame eterno.
Ma lei sola aveva serbato fede
a questo pegno, lei sola era stata
fedele custode e moglie innamorata:
aveva trangugiato come fiele
i racconti degli amplessi di Ulisse
con donne immortali:
la ninfa Calipso sette anni lo tenne,
e Circe, maga e dea
con cui giacque nel letto,
incantato amante e amato prigioniero;
e il suo cuore aveva trasalito
quando ascoltò di Nausicaa
e della sua freschezza verde,
simile al virgulto di una palma.
Tremò al pensiero, e meditò
tremendo e giusto contraccambio.
Nella sua mente si scontravano
amore, rancore, spirito ribelle,
fedeltà di moglie, il cuore
agitava una ridda di pensieri
e nei suoi occhi era impressa
l’immagine del letto:
mai così l’aveva visto, somigliante
a una zattera o a una nave,
che naviga sicura sopra l’onda
ben munita di chiglia e di coperta
da poppa a prora.
Capì di essere giunta all’arduo passo
e che il letto scavato e scolpito
da Ulisse, come abile fabbro,
nel tronco dell’ulivo
ben piantato enorme,
perché restasse il grande
segno di un legame eterno,
sarebbe divenuta la sua agile nave;
così lei, Penelope,
sempre abbandonata e sempre
in solitaria attesa
avrebbe rovesciato il suo destino
staccando con scure affilata
dalla base il letto e con esso e i suoi ricordi
avrebbe affrontato il mare aperto,
in sé stessa e negli dei fidando.
Davanti agli occhi rivedeva il marito,
eroe-fabbro provetto, costruttore di navi
che corrono agili,
veloci a fior dell’onda,
e del letto nuziale, massiccio saldo,
fermo con le radici confitte
nella terra nera, rivide nel recinto
svettare la chioma fronzuta dell’ulivo,
ed il suo tronco, grosso come una colonna;
vide Ulisse costruire
intorno ad esso il talamo;
lo vide tagliare bene e con arte
il grande ulivo, tagliarne il tronco,
sgrossarlo con il bronzo,
e piallare la lettiera e ornarla
d’avorio e oro e argento
all’interno tendere cinghie di bue,
di porpora splendenti.
Ormai con la mente accesa,
salì di nuovo una rampa di scale
entrò nella stanza dov’era l’armadio
che custodiva nel suo ventre
la scure e la pialla e gli altri arnesi:
era tremante, ma decisa.
Si chiese chi la ispirasse a tale impresa
chi infondesse in lei, donna,
una forza quasi sovrumana;
si rispose: "il mio cuore".
Tutt’intorno era silenzio:
taceva la natura, tacevano gli uccelli,
invisibili erano gli dei di un tempo:
solo lei esisteva e la sua vita.
Scese nel talamo con la mano destra
armata della scure: si sentì Clitemestra,
poi solo sé stessa: vibrò al letto
un colpo mortale, gemette il legno,
ma non s’infranse,
provò una seconda volta:
tenne la scure con entrambe le mani,
alzò le braccia, divaricò le gambe
per rimanere salda a terra
coi piedi ben piantati
ed inarcò la schiena,
poi vibrò di nuovo il colpo,
con tal forza che girò su sé stessa
come in una danza, le braccia alzate
quasi offrisse la scure al cielo,
agli dei e alle dee,
per un sacrificio ed un consenso;
il letto si era piegato da una parte,
gemendo flebile lamento,
ormai ferito a morte, così lei
vibrò il terzo colpo
in ugual modo, dalla parte opposta,
e lo schianto fu enorme e ne tremò
l’isola intera e il mare s’ingrossò
e onde bianche, immense
inviate da Tifone superarono
le soglie del palazzo,
entrarono e invasero il talamo
e giù le scale fino al grande megaron.
Penelope non tremò; salì sul letto,
ormai era una zattera che navigava
come fosse già sul mare,
così Penelope vi si stese sopra
avvolta nelle lenzuola dell’amore
e nella sua grande tela, tessuta
con amore di sé e gonfia di speranza.
Così distesa, l’acqua la trasportò
fuori del palazzo, sulla riva sabbiosa
dove ormai si ritirava la risacca.
Qui si fermò; c’era sul lido
un grosso albero abbattuto
lei lo adattò alla sua nave,
vi legò le tende delle finestre
come vele gonfie per un vento propizio;
ripiegò le lenzuola dell’amore
e la sua tela, serbandole per un giaciglio
mentre solcava il mare o per approdi ignoti,
dove volesse il caso o la fortuna.
Poi attese la notte.
Quando si alzò la luna piena,
immensa fra i punti luminosi delle stelle,
lei supplicò gli dei del mare,
del cielo, della terra,
degl’inferi e Artemide pura
e Ecate trivia perché con le sue torce
illuminasse il suo cammino.
Offrì in sacrificio i suoi capelli,
come fanno le fanciulle
quando entrano nella fiorita giovinezza:
lei entrava in una nuova vita.
Aveva indosso una tunichetta corta,
gambe nude, calzari adatti
a muoversi sul legno. Già una metamorfosi
si era compiuta; da una parte il cuore
la spingeva, dall’altra le sussurrava
che non poteva nascere dall’infelicità felice sorte.
Così salpò, tremante il cuore in gola
e le lacrime negli occhi. Guardò
il palazzo e le rupestri rocce:
tutto rimase nelle sue pupille;
per lungo tratto l’accompagnarono
i gabbiani e i loro gridi,
poi la cullò soltanto l’onda bruna
e lei decisa drizzò la prora azzurra
incontro al suo destino ignoto.


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